I cyborg non muoiono mai

di @storient

Dispiace quando succede. Da quando il cinema ha esordito (lontano 1895), ha visto nascita e declino di molte stelle, personaggi e celebrità ma, nulla  lascia di più il segno di quando muore una stella che è entrata nell’immaginario comune, compiendo, a tutti gli effetti, quella trasformazione da  interprete a icona. Lo è per i registi ma in qualche modo, lo è di più per gli attori, loro, che immolandosi per l’arte, mettono al servizio dell’arte carne e sangue. Parlo di Rutger Hauer, l’olandese che ha saputo incidere il mondo hollywoodiano con il suo talento e il suo tocco europeo. Alcuni lo definiscono come il “Klaus Kinski buono”, solo etichette per contenere ciò che Rutger ha cercato di dimostrare in vita, la poliedricità. Nelle ultime produzioni si è visto come Rutger fosse diventato materico e versatile, è stato l’uomo che ha interpretato sovrani (Barbarossa, 2009), cardinali (Sin City,2005), ex-carcerati (Le mani della notte, 1991), cyborg (Blade Runner,1982) e pittori, due a caso: Bruegel il vecchio (I colori della passione, 2011) e Michelangelo (Michelangelo – il cuore e la pietra, 2012) e un’infinità di tanti altri lavori in cui ha dato il suo contributo di carne e sangue. Se ne va a 75 anni, l’uomo dei replicanti che con solo una frase è entrato nell’immaginario cinematografico, Rutger Hauer.

Le prossime righe che seguiranno, sono dedicate a lui e al suo contributo verso la settima arte.

Tutto ha inizio una notte di fine giugno del 1981. Una notte? In realtà vale la pena chiamarla alba, siamo in uno studio a Burbank (California) dove hanno costruito all’intero di un gigantesco magazzino, lo scorcio di una città che sembra New York ma che non lo è. Di fatto si vedono luci strane e strane auto appese a cavi metallici per essere sollevate e portate in giro. L’atmosfera è un po’ tesa, i tecnici a volte si rifiutano di eseguire le richieste del regista, sì, perché loro sono americani e lui invece è britannico e pretende che siano tutti impeccabili e puntuali sul lavoro, tolleranza zero. Per ogni comunicazione vuole che lo si chiami “Mr. Scott”. È al suo primo film, e anche sembra l’ultimo arrivato, si dimostra subito un regista dal pugno di ferro soprattutto riguardo al suo perfezionismo in campo artistico.

Voci dicono che qualcuno è stato già licenziato, ma le ultime notizie della produzione non sono per niente buone, hanno chiuso i rubinetti, ovvero: niente più soldi. Le riprese sono in ritardo e l ‘orario di lavoro ha superato di molte ore le otto lavorative. Un bel clima, come se non bastasse, sul set, fa molto caldo, un caldo terribile per le luci e il fumo finto. La pressione più grande è sui due interpreti che devono fare le scene finali;  uno, sulla trentina e sulla cresta dell’onda per il successo del film “Indiana Jones”, si rivela una spina nel fianco ma a noi non interessa lui, a noi interessa il ragazzo dall’aria stralunata e dal torso nudo che se ne sta seduto sotto l’acqua di una pioggia finta a tenere in mano una colomba. Dicono che sia stata un’idea sua e che nella sceneggiatura non c’era scritto nulla di tutto ciò. Anche il resto del cast tecnico lo guarda con un po’ di sospetto, non l’hanno mai visto prima e la sua altezza mastodontica (1 metro e 85), i capelli biondi e gli occhi penetranti non passano inosservati, nemmeno il suo accento, perché lui non è americano, o francese, no, è olandese, il suo nome è Rutger Hauer.

Nessuno l’ha visto prima, in realtà Scott non l’ha mai visto di persona prima di scritturarlo e che si sia basato solo sulle performance di questo tizio (Hauer) visto in un paio di film: Kitty Tippel…”Quelle notti passate sulla strada”, “Soldato D’Orange” e “Fiore di carne” di un altro regista olandese, Paul Verhoeven che diventerà famoso nel 1987 con “Robocop”. Scott ha ancora dei dubbi e prima di scritturarlo definitivamente, manda le scene delle performance di Hauer all’autore del romanzo da cui è tratto tutto il film, Philip K. Dick. In poco tempo l’autore risponde al materiale di Scott. Poche parole lapidarie e chiare:

Perfetto. Freddo e senza difetti”. Scott sigla il contratto, Rutger è definitivamente dentro.

Torniamo al set, si stanno mettendo a posto le luci , si deve girare l’ultima scena, ormai ci siamo, o questo o nulla. Scott si sta confrontando con il direttore della fotografia quando è avvicinato da Hauer. Da buono uomo arguto, fa un’osservazione singolare “se sono in punto di morte, come posso avere il tempo per fare un monologo lungo?

Scott non è stupido, in effetti Rutger non ha tutti i torti ma non c’è tempo per riscrivere la scena bisogna girare. Come? Rutger ha già pensato a dei suggerimenti? Vediamo.

Si gira l’ultima scena. Via alla pioggia finta, via al fumo, primo piano di Rutger: “Io ne ho viste cose…”.

Il resto è storia.

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