Di  Galgano Palaferri

Il 10 febbraio 2007 l’allora presidente Giorgio Napolitano–  celebrando il “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe dell’esodo giuliano-dalmata, istituito per legge durante il settennato del suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi– ebbe parole ferme e nobili. Parlò delle foibe come di un imperdonabile orrore contro l’umanità“, denunciò la “congiura del silenzio“, “la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio” steso su quelle tristi vicende e, soprattutto, richiamò l’attenzione sulla necessità che ci fosse una pubblica assunzione della “responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali“.

In quelle parole erano indicati i fattori che avevano contribuito a far sì che l’orrendo capitolo delle foibe diventasse, di fatto, un buco nero nella storia dell’Italia contemporanea.

C’erano, dietro il silenzio e le manipolazioni storiografiche, le conseguenze del sanguinoso scontro ideologico tra fascisti e partigiani, rossi e neri, ma anche quelle di un non meno sanguinoso scontro all’interno del movimento partigiano fra l’anima comunista e quelle non comuniste, bianchi e rossi,  e, infine, c’erano le esigenze di una sciagurata Realpolitik nei confronti, in epoca di guerra fredda, della Jugoslavia di Tito.

Così sui massacri delle foibe e sul dramma degli italiani, fascisti e non fascisti, brutalmente eliminati – quasi una sorta di pulizia etnica – in vista della creazione del nuovo Stato comunista, sul modello sovietico, venne steso un impietoso velo di silenzio. E furono fatte circolare persino impudenti tesi negazioniste sugli eccidi contro la popolazione italiana puntualmente smentite da testimonianze, documentazione e macabri ritrovamenti. Si trattava di una sedicente storiografia – politicamente collocabile a sinistra e largamente tributaria della vulgata ufficiale della storiografia titina – che faceva proprie certe tesi propagandistiche slave secondo le quali non si sarebbe dovuto parlare di stragi, ma semmai di episodi marginali di un contesto drammatico. Tesi che ritroviamo ancora oggi, malgrado siano ormai passati anni da quegli orrori, ai danni dei nostri fratelli di Istria, Pola, Fiume , Dalmazia, come vedremo più avanti. Vere e proprie rimozioni dell’accaduto.

 In realtà i massacri delle foibe – le stragi, insomma, o, se si preferisce, gli eccidi contro la popolazione italiana da parte della violenza titina – ci furono davvero. Vennero compiuti soprattutto nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 con scopi di regolamento di conti ovvero di epurazione politica ed etnica o anche di intimidazione. Furono numerosi, documentati e orribili. E, di fronte a una tragedia di tali dimensioni, non sono ammissibili né i tentativi di negazione dei fatti né, tanto meno, quel macabro gioco di ridurne la portata discutendo sul numero delle persone uccise. Come se la contabilizzazione dei morti potesse, in qualche modo, giustificare i crimini.

È trascorso ormai ben un quindicennio da quando, nel 2004, venne istituito ufficialmente dal governo Berlusconi il “Giorno del ricordo” e, da allora, molti passi sono stati fatti sia in direzione dell’accertamento della verità sia nei confronti della pubblicizzazione e ricezione storiografica di tale verità. Purtroppo, all’approssimarsi della ricorrenza, ogni anno riemergono pulsioni negazioniste o tentativi di speculazione politica che, in nome di un pretestuoso e vetusto antifascismo, vorrebbero trasformare la data del 10 febbraio in un elemento divisivo e in una occasione di polemica politica.

È particolarmente grave, uno su tanti episodi che ritroviamo per la penisola,  quello che è accaduto quest’anno e che ha portato allo scontro fra l’Anpi, da una parte, e il leader della Lega Matteo  Salvini, dall’altra, a proposito di un convegno all’interno del quale è prevista una relazione che parla della foiba di Basovizza come di un “falso storico”. È particolarmente grave, ripetiamolo, perché la coscienza civile di un Paese, base della sua unità morale, non può fondarsi sulla distorsione dei fatti e sull’occultamento della memoria. Non è una questione di “storia condivisa” ma una questione di “verità storica”.

Ed è ancora più grave quanto accaduto alla Biblioteca un del Senato,  intitolata a Giovanni Spadolini, dove a commemorare le FOIBE, è stata … l’ANPI, che ha organizzato l’incontro, e  che ha pensato bene di chiamare alla commemorazione stessa, come relatori, chi ha da sempre parteggiato per il maresciallo Tito. Non stupisce affatto, dunque,  che nel Convegno si sia parlato più dei crimini fascisti che degli orrori titini. E Giorgia Meloni si è rivelata facile profeta, quando nei giorni immediatamente precedenti all’incontro in Senato, paventava il rischio revisionismo e tentativo di provare a giustificare le violenze contro gli italiani. Cosa poi puntalmente accaduta. Un vero e proprio ribaltamento storiografico che fa male e lascia increduli, e che ha fatto diventare le foibe come  fascismo di confine che sarebbe come ragionare di fascismo, chiamandolo comunismo di destra.

Diego Spanghero presidente dell’Anpi di Udine, uno dei fantastici relatori,  ha immediatamente esordito nel suo intervento affermando che occorra “smontare il mito della pulizia etnica da parte di Tito”. Tutto ciò a noi suona come un vero e proprio oltraggio ai dalmati infoibati,  e agli esuli istriani, vittime doppiamente dell’odio comunista titino.

Mai durante l ‘intero convegno per oltre un ora non è mai stata pronunciata la parola Foibe, ma si parlato solo di fascismo, di avventura fiumana. E   poi  Anna Maria Vinci a parlare di pulizia etnica ma attribuendola solo al regime fascista. Se tanto mi da tanto, diventa davvero difficile non indignarsi e non chiedersi a che cosa serva la giornata del ricordo, se tali sono le premesse. Di strada da fare, prima che si arrivi ad una vera e propria pacificazione e ad una memoria condivisa di tutti gli orrori, senza distinzione di bandiera, ce n’è ancora molta.

E malgrado tutto ciò, numerose le manifestazioni per ricordare i martiri delle FOIBE.
Tra le tante in tutt’Italia, abbiamo scelto di segnalare quelle di Torino, dove   i ragazzi di ALIUD in collaborazione coi Seniores di Fratelli d’Italia, scenderanno  in piazza, a Torino, con una Fiaccolata, che partirà alle ore 18 da corso Castelfidardo, per ricordare i martiri titini,   in maniera composta e silenziosa, dove l’unica bandiera ammessa sarà il Tricolore; mentre invece il Comitato Torino Ricorda organizzerà nella giornata di domenica 9.2. un presidio a ricordo di Norma Cossato e di tutti i Martiri delle Foibe, in via Pirano  angolo via  Sansovino, dalle ore 16.

Ricordare questa tragedia – il cui corso storico sarà raccontato nella conferenza che seguirà il corteo di sabato,  – significa raccontare una vicenda che i “gendarmi della storia” hanno mistificato ed omesso per decenni: decine di migliaia di innocenti gettati nelle cavità carsiche del confine orientale dai partigiani comunisti di Tito che – con il sostegno ideologico della resistenza italiana – misero in atto una pulizia etnica spietata e feroce, che costrinse 350mila italiani a lasciare le proprie case.

Il sangue dei nostri connazionali, la cui sola “colpa” era quella di non voler rinnegare la propria italianità, rappresenta un tassello essenziale della nostra coscienza di popolo e della nostra memoria condivisa, che abbiamo il dovere etico e morale di custodire e trasmettere.

Al termine del corteo, appuntamento presso la sede  di Aliud , via Sestriere 9, per vivere una serata improntata sul ricordo dei nostri fratelli, alla cena sociale seguirà un concerto con le più famose canzoni di musica alternativa sulle foibe e sull’esodo. Un appuntamento davvero patriottico da n on mancare assolutamente, con la speranza di non vedere mai più simili orrori.

Alle due manifestazioni aderisce UpL Unione per le Libertà,  da sempre sensibile a ricordare gli orrori da qualunque parte perpetrati, gli orrori non hanno colori, e la difesa della democrazia e delle libertà,  in ogni parte del mondo.

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