Il fotografo profano alla Reggia di Venaria

Di @Storient

Si sa che il caldo estivo rende pigri, stanchi o demotivati, soprattutto per chi è rimasto in città e magari è anche costretto a stare al computer. Però una cosa va detta, ci sono certe cose che meritano di essere viste. Anche se ciò vuol dire affrontare il caldo.

Sto parlando della monografica  “atti divini”di David La Chapelle in mostra alla Reggia di Venaria, sontuosa Residenza Sabauda a pochi minuti da Torino. La mostra iniziata il 14 giugno terminerà il 6 gennaio 2020.

Presso la citroniera delle scuderie Juvarriane, troverete una tenda dai toni grigi ad attendervi, sarà il vostro velo di Maya, non esitate, sollevatelo e fatevi un bagno nei richiami estetici, colorati e passionali dell’estetica di La Chapelle, il fotografo più eclettico, post-post-moderno e visionario del nostro tempo.

La mostra “Atti divini” ripercorre il decorso artistico del fotografo americano seguendo diverse fasi della sua estetica, ponendo particolare attenzione attorno alle opere dal sapore religioso. Basti pensare ad “Archangel Michael – And no message could have been any clearer”, enorme ritratto a stampa di Micheal Jackson in posa su un demone scarlatto, sconfitto dalla sua bontà (foto risalente alla fine degli anni 90). Alla mostra si potrà ammirare di tutto, alcuni ritratti (Naomi Campbell, MJ e tanti altri) alle scene che raccontano l’apocalisse della cultura contemporanea fino a ritratti dal forte simbolismo come “Icarus” e il suo sguardo cinico sul mondo e il figlio del suo tempo: la tecnologia. Non mancano foto di nature morte, ritratti e paesaggi, tutti incentrati sulla dimensione spirituale, presente in ogni cosa.

La sfida di La Chapelle è proprio questa, trovare il sacro in qualsiasi cosa e renderlo platinato, lucido e spietatamente commerciale come Andy Warhol, di cui è stato allievo. Infatti è grazie ad Andy che il giovane fotografo ottiene un impegno con la Interview Magazine, da lì a Vanity Fair il passo è breve. Inizia l’attività anche da regista e nel 2005 viene premiato con il premio al Sundance Film Festival (New York) per il documentario Rize, lavoro dal sapore antropologico nel raccontare alcune forme di danza nei quartieri periferici di Los Angeles.

Si può incontrare il suo zampino in numerose produzioni televisive e spot pubblicitari, è l’arte pop che si mette al servizio dei più deboli (Burger king, l’Oreal, Coca-Cola, Motorola… e altri).

In poco tempo, David riesce a sviluppare un linguaggio elegante, tipico dei manifesti dell’alta moda: colori sgargianti, pose frizzanti, modelle belle (una bellezza che a volte infastidisce perché fasulla) e oggetti, tanti oggetti, con cui raccontare non solo una storia ma tante storie.

Come se non bastasse, da buon post-modernista, La Chapelle non si limita a illustrare, lui vuole mettere in evidenza le crisi, le idiosincrasie dei valori del mondo occidentale, in questo contesto si inseriscono anche le numerose fotografie ispirate ai passi biblici del nuovo testamento. In La Chapelle si ha l’incontro di due anime; il religioso e il profano, il sacro e lo sconsacrato, senza uscire dal seminato tracciato da un gusto estetico forte e consapevole. David è così, un pugno allo stomaco, può piacere o non piacere. Si può esserne affascinati e volerne vedere sempre di più oppure esserne disgustati.

Le sue fotografie ritraggono le ossessioni della civiltà, per esempio l’eterna bellezza, il sesso sfrenato, la sessualità proibita, la ricchezza, lo sfarzo e la celebrità. Con questa mostra, David ci invita a riflettere  e a fare uno sforzo per vedere qualcosa, oltre le apparenza della civiltà e di questo tempo, così ossessionato, così sacro e profano.

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