La pazza crisi agostana verso la chiusura. Le istituzioni vincono sul carisma. A quale costo?

Di Marco Margrita

La pazza crisi agostana procede verso una chiusura sotto un segno ben diverso da quello auspicato dal suo innescatore Matteo Salvini. Il Capitano avrà “pieni poteri” solo sull’opposizione, non avendo ottenuto (perso quasi subito l’appoggio oggettivo su quest’obiettivo del segretario democratico Nicola Zingaretti) il voto anticipato. I Conte, invece, tornano: con una variazione cromatica, dal gialloverde al giallorosso, il premier nato come notaio del contratto tra pentastellati e leghisti, dopo essersi definito “avvocato del popolo” in omaggio ai toni di quella compagnia, assume la sembianza dell’uomo di garanzia delle prassi costituzionali e della collocazione internazionale dell’Italia (in alleanza con un Pd in cui Matteo Renzi ha fatto valere il suo controllo sui gruppi parlamentari).

Si sono scritti fiumi di parole, come non poteva non essere.

Quello che si deve registrare, dal nostro punto di vista, senza che sia possibile valutarne fino in fondo tutti gli effetti, è la vittoria delle istituzioni sul carisma. Una vittoria nata sicuramente nel Palazzo e con un Quirinale arbitro teso a salvaguardare la natura parlamentare della Repubblica. Un successo ai punti, con innegabile concorso di player d’oltrefrontiera, con molte giocate spregiudicate ma che conferma l’assenza di talentuosi sul campo politico nostrano.

Quello che sbrigativamente (e forse con eccessiva valutazione della sua forza) viene definito Sistema, dai grandi giornali alle organizzazioni sociali fino alla Chiesa e settori del mondo produttivo, ha per ora avuto la meglio sull’irruenza antisistema. Complice il trasversale terrore di perdere lo scranno di gran parte dei parlamentari (forzisti compresi), si sono normalizzati i grillini e allontanati i salviniani dalla ribalta ministeriale. Pur dovendosi accontentare di un esecutivo prossimo venturo che non si preannuncia entusiasmante, larga parte della classe dirigente tira un sospiro di sollievo.

Si può supporre che il tempo lucrato – almeno fino all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica nel 2022, se i contraenti dell’accordo riusciranno a sopportarsi – determinerà un riconfigurarsi delle soggettività politiche. Un esempio? L’uscita di Carlo Calenda dal Pd e, ancor più, la recente intervista di Urbano Cairo a “Il Foglio”, senza dimenticare i mai sopiti movimenti nel mondo cattolico, lasciano indovinare un riaffacciarsi della “voglia di centro”.

Si preannunciano tempi tutt’altro che tranquilli. C’è molta confusione sotto il cielo, però, con buona pace di Mao, la situazione è tutt’altro che ottima.

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