L’autore di libertango a braccetto con il vecchio continente

In punta di Tango 13

Di Casa de Tango by Etnotango

Opere di Claudio Cullino

Fotografie di Alessandra Berni e Ermanno Crotto.

Le immagini sono state scattate al Cortile del Maglio di Torino in occasione
del progetto commemorativo “5 lustri di Piazzolla” ideato di Monica Nucera Mantelli per l’Associazione Balon.

I GIUSTI

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.

 Chi è contento che sulla terra esista la musica.

 Chi scopre con piacere una etimologia.

 Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.

 Il ceramista che intuisce un colore e una forma.

 Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.

 Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.

 Chi accarezza un animale addormentato.

 Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

 Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

 Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Louis Borges

Nell’Ottocento Buenos Aires è la città punta di compasso della stratificazione di bisogni e delle pulsioni europee transumate dalle pance oscure dei piroscafi. Transitando lungo il flusso fluviale di ingresso alla città – nominata a capitale della repubblica argentina solo nel 1880 – i migranti europei giungono dopo mesi di navigazione in condizioni pessime nella città dove “far fortuna”.

Una umanità autentica e meticcia approda nel caotico porto del Rio de la Plata, avamposto a cavallo dell’uruguayana Montevideo, portando con sé un interscambio naturale dei saperi e dei linguaggi. Gli uomini e donne indotti all’esodo del vecchio continente – per sfuggire alla miseria o alle persecuzioni razziali – vanno ad esercitare nuovi mestieri sicuramente mal retribuiti, con comunque la speranza di sostenere le famiglie rimaste in Europa.  Gente forte, sopravvissuta alle traversie non solo marittime, con il peso di aver lasciato buona parte delle proprie radici nel Paese natale, e la voglia di riscattarsi. Artigiani, braccianti, manovali, agricoltori ma anche artisti e musicisti per i quali le condizioni di vita in patria erano diventate insostenibili.

Data la grande disponibilità di manodopera e nonostante la durezza dei lavori, moltissimi Italiani, Francesi, Ungheresi, Spagnoli, Russi e Slavi – di vari credo e religioni – condividono la loro sorte con Africani (in gran parte schiavi liberati), Afroamericani, Indios e Argentini della seconda e terza generazione provenienti dalle pampas.

In realtà sono proprio gli emigranti, in buona parte europei, che cercavano una nuova giustizia per la loro vita, convivono in squallidi appartamenti in quartieri costruiti dal nulla, detti “Orillas“, creando una miscela unica e irripetibile di tradizioni etniche e culturali che è diventata il sapore “umami” di quel magmatico processo creativo che poi si sarebbe chiamato Tango. Ed è proprio dal basso, che il tango trova la sua forza di “danza popolare evoluta” grazie alla convivenza con le diverse identità che lo fanno diffondere con successo in tutto il mondo.

In questo clima di contatto tra gli autoctoni, gli endogeni e i creoli argentini si incrocia la musica che viene dalla “Cuba” di ascendenza africana definita “area del suono” per distinguerla da quella “jazz” nord americana e da quella del “samba brasiliana” –  e da quella europea, spagnola e italiana in particolare.  E nascendo dalle strade e dai ghetti di cattolici, ebrei e musulmani di Buenos Aires, questa sonorità nuova approda solo più tardi nei prestigiosi teatri della capitale. 

Il tango si forgia quindi nella memoria dell’Europa perduta, cresce e si affina nella pratica musicale di Buenos Aires e si diffonde mondialmente nella danza, nella partitura e nella scrittura delle letras de tango che i vecchi europei = nuovi bonaerensi, intrecciano, condividendo un destino di disillusione e disperazione, da cui ben presto emerge una speranza comune rappresentata da una volontà di fuga, sia pure soltanto momentanea, dall’oppressione.

Tra le migliaia di storie di immigrati europei in Argentina ci sono quelle di due famiglie italiane. La prima proveniente dalla Garfagnana, una piccola regione geografica dove la Liguria non è più Liguria e la Toscana non è ancora Toscana. La seconda da Trani, cittadina pugliese di antichi splendori. A metà Ottocento queste località avevano in comune la povertà, diffusa senza misericordia ad una larga fetta della popolazione, che comunque non si piegava alla rassegnazione.

Così la famiglia Manetti – i cui genitori, Luigi Manetti e Clelia Bertolami (pastori e contadini) – dopo aver vissuto ed essersi sposati nel piccolo borgo dell’Appennino Tosco-Emiliano di Massa Sassorosso (frazione del comune di Villa Collemandina), emigrarono alla ricerca di prospettive migliori – portando la loro brunetta figlia Assunta nella capitale oltreoceano di un Eldorado chiamato Argentina.

Una bimba agguerrita che sposa giovanissima l’ambizioso Vicente Piazzolla. Dal loro matrimonio nasce – nella cittadina di Mar del Plata (provincia di Buenos Aires) – il bambino che un Dio benevolo dota di un genio prezioso: quello della musica. Era il Maestro Astor Piazzolla. Dirà poi dei suoi genitori l’enfant prodige: “Io ho preso tutto dai miei genitori: la giovialità di papà, il carattere di mamma che, così come era sempre a fianco di mio padre quando si trattava di fare le valigie, di tornare di corsa a New York a fare l’ America e lavorare in modo che a casa non mancasse niente, era anche molto combattiva se veniva aggredita”. (ASTOR PIAZZOLLA, Natalio Gorín, p.69)

Come accadeva di norma a quell’epoca, il nome viene scelto dal padre, ormai affermatosi come barbiere a Buenos Aires che nel suo negozio riempie i lunghi momenti di attesa tra un cliente e l’altro, suonando la fisarmonica, secondo la tradizione del sud Italia dove la barberia era un luogo sacro e maschile. Vicente, soprannominato Nonino, sceglie per il figlio due nomi. Il secondo, sempre secondo tradizione, riprende quello di suo padre che singolarmente si chiamava Pantaleone. Il primo invece è Astor, in onore del suo amico violoncellista Astor Bolognini, virtuoso di cui ammirava il talento musicale che lui non aveva potuto coltivare.

Così quando Astor compie gli otto anni, il padre non gli regala il pallone che il figlio desidera, ma un bandoneon, una sorta di fisarmonica di legno con dei fori la cui apertura o chiusura con i polpastrelli produce le note, e che ha la caratteristica di cambiare la nota a seconda se il mantice viene compresso o dilatato. Anche il bandoneon è emigrato come i Piazzolla dall’Europa e più precisamente dalla Germania, giungendo a Buenos Aires con qualche scarico fortuito di bastimenti. E tanti musicisti, come lo stesso Astor Piazzolla faranno tesoro di questo particolare strumento europeo, trasformandolo nell’icona mondiale del tango.

Il germanico bandoneon venne peraltro adottato anche dai gruppi popolari del nordovest dell’Argentina, in particolare a Santiago del Estero e a Salta, e figura nei repertori della tradizione rurale. Tuttavia, lì non si sono sviluppati stili di esecuzione e scuole caratteristiche come quelli del tango, a dispetto della presenza di musicisti del calibro di Dino Saluzzi. Il caso del bandoneonista di Salta, che ha esordito suonando folklore rurale – e che negli anni Settanta ha contribuito a due dischi del gruppo Los Chalchaleros – è comunque atipico, poiché, prima di diventare una figura di rilievo internazionale nei generi collaterali al jazz, ha fatto carriera a Buenos Aires come musicista di tango, in orchestre come quella di Alfredo Gobbi.

Tornando al nostro talentuoso Astor, pur giovanissimo egli decide di ripartire per il Vecchio Continente, precisamente alla volta di Parigi dove studia con Nadia Boulanger e intraprende una proficua attività di compositore accademico, temprata dalle lezioni parigine di questa generosa mentore di innumerevoli musicisti del Novecento, e da quelle del grande connazionale Alberto Ginastera. Ma la sua vera aspirazione è quella di suonare il “suo” tango: è quella la musica che lui sente veramente, tanto che i suoi stessi insegnanti lo spingono in quella direzione. Spulciando tra dai iscritti dello studioso contemporaneo di Piazzolla, il Maestro italiano *Franco Finocchiaro, si apprende che “una sua presa di coscienza che sfocia nella ribellione contro i rispettivi ambienti sociali, strutturati secondo valori annichilenti qualsiasi volo degli spiriti liberi. In entrambe i casi, la fuga dall’architettura che li imprigiona, ha lo stesso approdo: Parigi…E’ dai risultati di questa esperienza francese che Piazzolla mette le ali, incominciando una traiettoria che lo porterà nel ristretto Parnaso dei più convincenti compositori del ‘900.”

Le influenze musicali di Astor Pantaleón Piazzolla sono dunque per la maggior parte quelle che si diffondono negli ambienti culturali «colti» della capitale argentina tra il 1940 e il 1980. Dalla fine degli anni Quaranta, ma soprattutto agli inizi del decennio successivo però, il delicato equilibrio su cui si reggeva il tango come attività lucrativa comincia a incrinarsi rapidamente. Come raccontano Diego Fischerman e Abel Gilbert nella loro biografia dedicata al Maestro “chi vi cercava «una musica» trovava sempre meno da ascoltare. Chi apprezzava una certa poetica si scontrava con testi antiquati e sempre più lontani dalla città reale. In particolare, le generazioni più giovani avevano scarse possibilità di identificarsi..”

Ormai vige in Piazzolla una sorta di contenitore sincretico* con cui definisce la Musica de la Ciudad de Buenos Aires: una evidente contaminazione in corso tra tango tradizionale e “ il modernismo già un po’ antiquato degli inizi del Novecento, le estetiche nazionaliste, la riscoperta di Johann Sebastian Bach e del Barocco, l’egemonia della fuga come forma delle forme, il jazz commerciale, i musical americani, il cool jazz e in seguito il jazz rock e la musica prog (progressive ndr), il culto per gli Swingle Singers e il Modern Jazz Quartet, le musiche hollywoodiane e perfino la canzone italiana alla Sanremo.” “Piazzolla, el mal entendido”, Minimun Fax (2012) Traduzione italiana di Natalia Cancellieri.

Quando Piazzolla fa dunque ritorno in Argentina, nel 1955, il suo bagaglio, arricchito dall’esperienza francese è straordinariamente ricco, e quello artistico-culturale è di conseguenza di altissimo livello. Una preparazione assai rara da trovare nei musicisti di estrazione “popolare”. Dopo un’importante trasferta a New York che segna in modo indelebile il suo stile musicale, Astor torna a Buenos Aires colmo di stimoli nuovi legati al jazz e al blues.

Ma già nei primi anni Settanta il controverso istrione riparte nuovamente alla volta dell’Europa. Questa volta approda in l’Italia e più precisamente a Milano dove realizza uno dei suoi sogni che è quello di suonare insieme a Gerry Mulligan: i due registrano “Summit” che tuttora è un album musicale di culto. In Italia viene chiamato a scrivere due colonne sonore, la prima è l’Enrico IV di Marco Bellocchio, tratta dall’omonima novella di Pirandello; la seconda riguarda il film L’Ultimo tango a Parigi di Bertolucci: ma quest’ultima sfuma a causa di una richiesta economica che la produzione non poteva sostenere, e la scelta cade su un altro argentino che suonava in un locale notturno a Milano, il sassofonista Gato Barbieri.

Una nota di rilievo: dando uno sguardo all’indietro, non va dimenticato, in questo trascorrere di oltre un cinquantennio, che tra il 1910 e il 1920 c’è stata una vera e propria esplosione di pubblicazioni che adattano gli spartiti dei tanghi più popolari per il pianoforte, e sono proprio le signorine della buona società bonaerense a eseguirli nei salotti. Il ballo, d’altronde, se effettivamente ha avuto i tratti dell’erotismo ammiccante che l’Europa scopre grazie all’onda mediatica e seduttiva di Rodolfo Valentino, li perde via via nell’arco dei suoi decenni di splendore, trasformandosi in una danza tutto sommato più stereotipata, tipica di saloni ben illuminati e di circoli familiari frequentati da fidanzati ufficiali e coppie sposate, finché una nuova mistificazione non torna a riscattarlo dall’oblio.

Questo avviene infatti a partire dagli anni Ottanta, grazie alle audiocassette e VHS che – giunte di straforo dall’Argentina e da Parigi – trasudano sudore, lacrime e passione anche nei sottoscala dove vengono ballati: Vuelvo al Sur, Oblivion, e Adios Nonino. Un merito aggiuntivo va all’influsso del pubblico colto ebraico che in Italia ha seguito Hugo Aisemberg, che ha suonato la musica di Astor Piazzolla per la prima volta  a Bahia Blanca (Argentina) nel 1996, e stabilendosi poi a Ferrara (dove ha creato la Fondazione Piazzolla con la presidenza onoraria di Laura Escalada, terza moglie di Piazzolla)

Ma retrocedendo di un ventennio, il fatto principale che accade al Astor Piazzolla nel periodo italiano, non riguarda solo la musica suonata o registrata –tra cui il famosissimo brano Libertango che viene registrata a Milano nel maggio 1974 e pubblicata nello stesso anno – bensì l’editoria. Piazzolla infatti, consapevole che la sua popolarità poteva dipendere dalla diffusione delle sue partiture, stipula un paio di anni prima un contratto con l’editore Mario Pagani che già pubblicava moltissime pagine a sua firma compositiva, consentendo a numerosi musicisti europei di avvicinarsi al tango. Siamo nell’aprile del 1972, il maestro Aldo Pagani (in seguito editore del bandoneonista) riesce a portare Piazzolla in Italia per una serie di concerti, e nell’insieme degli appuntamenti si organizza una storica apparizione in TV allo Studio 10 di Antonello Falqui ed Alberto Lupo.

In quell’occasione Piazzolla si esibisce prima in una mescal di suoi successi, per poi sviluppare collaborazioni con grandissime cantanti italiane come Mina (“Balada Para Mi Muerte” musica di Astor Piazzolla, testo di Horacio Ferrer) e Milva (“Balada Para un Loco” musica di Astor Piazzolla, testo di Horacio Ferrer). Insomma, l’amore per l’Italia e l’Europa, la sua aspirazione ad un linguaggio complesso e sofisticato, l’omaggio che il musicista implicitamente attribuisce ai maggiori compositori di sempre, da lui profondamente amati, sono elementi imprescindibili del suo far musica. Il codice ritmico, lirico e verace quando occorre, l’esprit passionale, il pathos drammaturgico delle sue composizioni sono gli elementi fondamentali ai quali il musicista si ispira per creare atmosfere “quasi” classiche per struttura ed elaborazione, servendosi di tutti gli strumenti espressivi della musica “colta”. 

Per queste innumerevoli ragioni Astor Piazzolla può essere considerato un vero ponte dell’Europa con il resto del mondo, e in particolare con Buenos Aires, ormai divenuta un crogiuolo di quadros, case, giardini, mercati, bici, luci, frastuoni, clacson di automobili. Un carosello pittoresco di gente di colori catapultato in un’Europa che forse esisteva solo più nei sogni di chi l’aveva perduta.

One thought on “Il fascino europeo sul “Gato” di Buenos Aires”

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