Di Galgano Palaferri

 Di fronte ai problemi concreti l’economia non può essere mai  né liberista, né interventista, né socialista ad ogni costo. Non confondiamo il “governare” col “comandare”. Luigi Einaudi

Per comprendere liberalismo e liberismo, e non potremmo scegliere un maestro migliore di chi viene troppo spesso citato a sproposito, Luigi Einaudi, Primo Presidente della Repubblica italiana, grande pensatore ed economista liberale, nel l’anniversario della sua nascita (Carrù 24 marzo 1874).

Riprendendo una sua vecchia e famosa polemica col grande Benedetto Croce e condannando ogni forma di comunismo, scriveva nel 1948 sul Corriere della sera, in un’Italia da poco tornata alla libertà e alla democrazia, un elogio della “libertà dell’Uomo comune”, accettando la tesi che la “libertà politica” debba accompagnarsi a quella “economica”.

 “A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare i bisogni elementari della vita? Fa d’uopo assicurale all’uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno perchè egli sia veramente libero nella vita civile e politica… La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica. Vi sono due estremi nei quali appare difficile concepire l’esercizio pratico effettivo della libertà: all’un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colosso monopolista privato, ed all’altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano comunemente collettivismo e monopolismo, e ambedue sono fatali alla libertà”.

Tesi queste che altro non erano che l’enunciazione sintetica della disputa Einaudi vs Croce, in pieno periodo fascista, iniziata nel 1928 e proseguita fino al 1949, un vero e proprio dialogo tra sordi, posto che Benedetto Croce disprezzava  i sacri principi del 1889, credendo nella libertà dello Spirito, che sopravvivono  anche nelle patrie galere e fino al patibolo laddove sarebbe comunque sempre possibile pensare e decidere. In altre parole,  anche il regime politico ed economico più duro e opprimente non potrà mai impedire all’uomo di autodeterminarsi di pensare e di decidere. Il suo pensiero resta comunque libero, anche se detenuto. In qualunque contesto vengano prese, le decisioni sarebbero sempre e solo nostre, coacti tamen volunt. Così l’uomo resta libero anche davanti al tiranno di turno che lo pone di fronte al terribile dilemma, o ti sottometti e salvo la vita al figlio tuo o ti ribelli e non riconosci la mia autorità e io lo uccido. Sì, la scelta è anche questa, ma non è la condizione che la libertà invoca per se stessa e per l’opera di civiltà e di umanità che essa è chiamata a compiere. E’ solo una forzature, una libertà solo apparente. Il problema delle condizioni della  libertà era invece fortemente sentito da Luigi Einaudi, estraneo all’idealismo filosofico ed erede della tradizione liberale personalistica: la scelta coatta era sentita da lui come un offesa alla dignità dell’uomo, come sottomissione di questa all’arbitrio e all’immoralità, in altre parole, non era vera libertà.

Bambino precoce, Einaudi bruciò tutte le tappe della carriera possibile nei diversi settori ove si cimentò: laureato in legge, a soli 21 anni, nel 1902 era già docente di    Scienze delle Finanze presso l’Università degli Studi di Torino e successivamente, all’Università Bocconi di Milano.

Nel 1912, poco più che trentenne pubblica un saggio dal titolo “Concetto di reddito imponibile e sistema di imposte sul reddito consumato” cui seguiranno diversi altri articoli, in tema, proprio precursore del nostro attuale  modello 740, per allora una vera e propria rivoluzione fiscale.

Fu redattore per La Stampa, il Corriere della Sera, La Riforma Sociale, come direttore, dal 1900 e fino al 1935,  la Rivista di Storia Economica dal 1936 al 1943.
Celeberrimo poi il suo saggio su “Liberalismo e Comunismo” pubblicato nel dicembre 1941 su Argomenti.
Esule in Svizzera, per il fascismo, rientra in Italia il 5 gennaio del 1945 dove inizierà a redigere articoli molto caustici, di politica ed economia , per il Risorgimento Liberale.

Fermamente anticentralista, nota la sua invettiva contro i Prefetti: via i Prefetti,  via tutti i suoi uffici e le sue ramificazioni. Il Prefetto se ne deve andare con tutto il tronco, i suoi rami e le sue ramificazioni…, l’unità del paese non è data dai Prefetti, dai Provveditorati agli studi, dagli Intendenti di finanza; l’unità è data dal popolo italiano”, aveva tuonato al suo rientro dalla Svizzera in Italia, subito dopo la liberazione. Ma in politica, purtroppo,  avrà poco successo e poco riuscirà a cambiare, anche come Presidente della Repubblica, il primo, carica alla quale verrà eletto l’11  Maggio 1948, dopo aver ricoperto la carica di Governatore della Banca d’Italia, Vice Presidente del Consiglio e Ministro delle Finanze e del Tesoro negli anni 1947-’48 del IV Governo De Gasperi. Termina la sua presidenza, nel 1955 lasciando il posto al Quirinale, a Giovanni Gronchi, diventando senatore a vita.

Importante la sua influenza in campo economico e finanziario. Sotto al sua direzione della Banca d’Italia avrà modo di redigere un importantissimo documento circa la questione molto dibattuta in tema alla questione del cambio della moneta, ovvero sul meccanismo della sostituzione delle vecchie am-lire e lire con una nuova moneta, in grado di combattere l’inflazione, post bellica,  ormai galoppante.
Fu in vece contrario a che, col cambio della moneta, si dovesse anche procedere ad un asfissiante ed opprimente controllo fiscale rigoroso, volto a colpire gli speculatori che si erano arricchiti con la guerra. Una operazione forse anche legittima e positiva, viste le finlità, ma dal sapore vagamente populista, sicuramente illiberale, da processo alle streghe,  che Einaudi non poteva assolutamente accettare.

Luigi Einaudi fu un residente discreto e competente, che sempre affrontare con grande fermezza, la prima grande crisi della Repubblica, all’epoca della cd. Legge Truffa,  valendosi di tutti i poteri costituzionali e opponendosi ad ogni intromissione indebita dei partiti nelle funzioni presidenziali.

E’ curioso notare come in tutti gli anni dell’aspra diatriba tra Croce e Einaudi sulla Libertà nessuno dei due ebbe ad accennare ai differenti presupposti liberali cui essi riferivano: la libertà dello spirito, la libertà dell’individuo. Solo in una cosa ebbero modo di concordare. Nel 1928, su La Riforma Sociale, Einaudi assentiva la tesi di Croce, secondo la quale il liberismo sarebbe un concetto inferiore, a quello più ampio e subordinato di liberalismo. Il primo fu “la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed  etica, che quella  del liberalismo.” Non spetta all’economista stabilire la graduatoria dei fini sociali della vita. Su questo Croce ha parole definitive ed inattaccabili: “ Chi deve decidere non può accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libido individuale, e ricchezza solo l’accumulamento dei mezzi, a tal fine, e, più esattamente non può accettare addirittura, che questi siano beni e ricchezza, se tutti non si pieghino a strumenti  di elevazione umana”.

Ancora nella Riforma Sociale nel 1931, Luigi Einaudi chiarirà ulteriormente la propria visione, osservando “essere compito della scienza economica unicamente la ricerca della soluzione economicamente più conveniente per raggiungere un dato fine. Ma il fatto non è posto dagli economisti e spesso non è un fine economica ma politico morale  o religioso; ma la soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare lasciar  passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora… Di fronte ai problemi concreti l’economista non può essere mai né liberista, né interventista, né socialista ad ogni costo”. Molti anni dopo, in Liberismo e Comunismo, pubblicato nel 1941 su Argomenti  Einaudi insisteva sul fatto che Liberismo non è il Laisser faire ma è l’intervento dello Stato che fissa i limiti entro i quali il privato può muoversi, cioè, in altri termini, il limite delle forze che potrebbero  ostacolare la libera concorrenza, arrivando a precisare che “ l’intervento dello Stato  limitato a rimuovere quegli ostacoli che impediscono il funzionamento  della libera concorrenza non è perciò tanto limitato come pare. Esso si distingue in due grandi specie: rivolta la prima a rimuovere gli ostacoli posti dallo Stato medesimo, e l’altra intesa a porre limiti a quelle forze, chiamiamole naturali, le quali per virtù propria ostacolerebbero l’operare pieno della libera concorrenza.

Nel secondo caso appare di tutta evidenza la differenza tra il liberale e il comunista, che “non sta nella quantità dell’intervento, bensì nel tipo… Il legislatore liberista dice invece: io non ti dirò affatto o uomo, quel che devi fare, ma fisserò i limiti entro i quali potrai a tuo rischio muoverti”.

L’essere liberisti appare dunque non come l’assenza di regole o di leggi, ma come un sistema di leggi fatte osservare da magistrati indipendenti dal governo, per permettere ad uomini e imprese di lavorare  nel rispetto degli altri; “Essi devono educarsi da sé e rendersi moralmente capaci di prendere decisioni secondo la propria responsabilità”.

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