La testimonianza di un italiano comune in quarantena in terra d’Oltralpe

Di Mirco Caselli

Mi chiamo Mirco, ho ventitré anni e vivo nella splendida città di Lione, dove mi sono trasferito quattro anni fa per i miei studi universitari. La mia vita, fino allo scorso mese, era come quella di un qualsiasi altro studente universitario, divisa cioè tra lezioni, ore di studio in biblioteca per preparare gli esami inseguendo il sogno di diventare insegnante di italiano in Francia. Il tutto, ovviamente, senza dimenticare gli amici, un gruppo di studenti italiani conosciuti quest’anno, che aspetti di incontrare tutta la settimana per poterti divertire, sentendosi veramente a casa.

All’inizio di marzo, però, qualcosa inizia a cambiare. In Italia le scuole ed università sono chiuse ormai da diverse settimane e il 9 marzo il presidente Giuseppe Conte estende il confinamento a tutta l’Italia, dando ufficialmente inizio alla quarantena. In Francia, invece, niente di tutto questo. Io continuo ad andare in facoltà, i mezzi pubblici sono pieni zeppi come sempre e la gente non rispetta nessuna delle regole igienico-sanitarie per arrestare la propagazione del virus. La Francia avrà anche meno contagiati, ma una situazione del genere non mi fa stare per niente tranquillo. E questo stato d’animo non è solo il mio, ma anche di tutti i miei amici e colleghi italiani all’università. Infatti, non passa giorno in cui ci chiediamo: come fanno i francesi a continuare a vivere facendo finta di nulla mentre i propri vicini di casa sono costretti ad interrompere la loro vita abituale?

Ad ogni modo, le reazioni che noi italiani in Francia cerchiamo arriveranno, ci vorrà solo un po’ di pazienza. Per la precisione, bisognerà aspettare il 12 marzo. In quel giorno, infatti, è atteso il discorso del presidente francese Macron, sperando che riesca a chiarire molti dei dubbi che abbiamo. Le aspettative, per fortuna, non vengono tradite: scuole e università chiuse fino a nuovo avviso. Questa notizia, all’inizio, mi soddisfa. Non devo andare all’università come se niente fosse e mi sento molto più tranquillo. Al tempo stesso, però, ripeto a me stesso che le priorità sono sempre le stesse: superare l’anno accademico e soprattutto superare il concorso, apparentemente confermato. Quest’ultima decisione del Ministero dell’Education Nationale mi fa pensare. In questo clima di incertezze, almeno una ce n’è. Non si deve perdere tempo. Inizio a studiare le ultime cose per il concorso.

Nel giro di qualche giorno, però, tutte le certezze che avevo fino a quel momento crollano.

Quella domenica, il 16 marzo, controllo la casella di posta elettronica dell’università e un messaggio dice a me e ai miei colleghi che il concorso è stato rinviato a data da destinarsi. Da quel momento, comincio a pensare che la situazione non promette nulla di buono. Purtroppo, le brutte notizie non sono ancora finite. Il giorno dopo, ricevo una notizia che mai avrei voluto arrivasse: tutti gli studenti internazionali che si trovano a Lione sono sollecitati a rientrare il prima possibile nei loro paesi di origine. Questa notizia non mi riguarda personalmente, essendo regolarmente residente a Lione ed iscritto in un ateneo della città come ogni altro studente francese. Ma i miei amici sì, in quanto studenti Erasmus. Quindi questi ultimi, non solo perché sollecitati, ma anche per paura di trascorrere mesi lontani da casa, decidono di rientrare in Italia. Tra di loro anche la mia migliore amica, che viveva nel mio stesso studentato.

A quel punto, mi cade letteralmente il mondo addosso. Nel giro di una settimana, sono passato dall’essere un ragazzo normale, con una vita sociale attiva e idee chiare per il futuro, all’essere un ragazzo davanti al quale si prospetta una quarantena da trascorrere da solo in un piccolo monolocale e un futuro accademico e professionale rappresentato da un grande punto interrogativo. In più, non riesco a credere al fatto di festeggiare il mio compleanno imminente o il giorno di Pasqua, senza le persone a cui tieni, come la tua famiglia o questi miei amici. Preso dalla paura, valuto anche io la possibilità di tornare in Italia e contatto immediatamente il Consolato che mi consiglia di rimanere per due motivi. Il primo è che, essendo io stabilmente residente in questa città, sono tutelato alla pari di ogni altro cittadino francese. A maggior ragione, vengo avvisato che, nel caso rientri in Italia, non è certo che io possa rientrare in Francia. La decisione è una sola, dico tra me e me. Se io fossi rientrato in Italia, ci sarebbe stato il rischio concreto di essere contagiato, passando per le “zone rosse”. Se poi avrei contagiato anche i miei familiari? Bhé, non me lo sarei mai perdonato.

Mi rassegnai, e passai il resto della settimana a salutare tutti i miei amici, chi con un messaggio chi telefonicamente per evitare contatti, con la convinzione che li rivedrò prima o poi. Nonostante questo, sono stato davvero male e, per i giorni successivi, non sono riuscito fare niente. Troppo forte è, infatti, il pensiero di non rivedere loro e la mia famiglia per mesi, nei quali sono costretto ad essere barricato. Quindi, come mi è capitato in altri momenti difficili, ho preso il telefono e ho scritto alla mia famiglia e ai miei amici di sempre in Italia, con la speranza che mi potessero tenere su il morale. Anche questa volta non si sono smentiti. I miei genitori e mio fratello, mi hanno fatto capire che tutti, chi più e chi meno, hanno dovuto pagare o stanno pagando le conseguenze di questa epidemia. E poi, riguardo al fatto di non poter trascorrere il mio compleanno o il giorno di Pasqua tutti insieme, loro mi hanno capire una cosa: quest’anno il mio compleanno e la Pasqua potranno essere tristi, ma è anche vero che prima o poi tutto questo finirà e sarà allora che si potrà festeggiare quanto vogliamo, rifacendoci di tutte le occasioni perse. I miei amici sono stati preziosi in questo senso. Loro, infatti, colpiti dalla mia situazione, mi sono stati vicini anche proponendo di sentirci attraverso le videochiamate ogniqualvolta io mi sentissi solo. Questa proposta può sembrare banale, ma effettivamente era una cosa a cui non avevo mai pensato e proprio con questa quarantena ho riscoperto il valore di questa tecnologia, che in tempi normali avevo dimenticato.

Queste parole e questa dimostrazione di vicinanza e di affetto, nonché il fatto di vedere sui social che non tutti gli italiani residenti all’estero che conosco hanno deciso di tornare in Italia e che sfruttano questo tempo per dedicarsi ai loro svaghi come la pittura, la lettura o la cucina, hanno rappresentato per me una svolta. Mi hanno fatto capire, cioè, che non sono e non sarò mai solo e che bisognava che anche io dessi un senso alla mia quarantena. Quindi, ho cominciato a riempire le mie giornate con lo studio e il ripasso, nonché con una delle mie più grandi passioni di sempre, la cucina. In questo senso, anche l’università e il Ministero dell’Education Nationale francese mi hanno dato una mano. Molti corsi, infatti, sono ricominciati a distanza e ci danno tanto lavoro da fare. Inoltre, il concorso per l’insegnamento è stato confermato e rimandato a quest’estate. Quindi, direi che alla fine le cose da fare non mancano e da qualche settimana a questa parte non mi sento mai annoiato a fine giornata, ma, al contrario, molto stanco e con la sensazione che non mi bastino le ore per fare tutto quello che i miei impegni universitari richiedono. Riguardo ai giorni di festa, mi sono ricordato delle parole della mia famiglia e mi sono lanciato una sfida: rendere queste occasioni speciali, in un modo o nell’altro, e sfidare quindi la mia famiglia, che aveva immaginato che sarebbero stati momenti tristi. Quindi, il giorno del mio compleanno ho preparato la torta da solo, così come il pranzo di Pasqua, e ho festeggiato in maniera alternativa, con i miei genitori e i miei amici in videochiamata. Saranno stati diversi dal solito certo, ma credo di aver vinto questa sfida perché in entrambe le occasioni sono stato così felice che non ho smesso mai di sorridere per tutta la giornata.

Berges du Rhône. Di Jean-Marc Brivet – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30647298

In conclusione, posso dire che, tutto sommato, la mia quarantena in un paese straniero procede bene. Primo, perché le cose che mi tengono occupato non mancano. Secondo, perché questo periodo mi ha ricordato che non sono solo e che ci sono persone che mi vogliono bene. Cosa di cui non ho mai dubitato in tempi normali, ma che in quest’occasione mi è sembrato di dimenticare. Terzo, perché finora ho sempre goduto e godo attualmente di buona salute, il che rimane senza ombra di dubbio la cosa più importante. Ora, non mi resta che aspettare la fine del confinamento e continuare a rispettare nel frattempo le direttive di questo Paese che mi ospita.

Sono tempi duri e ciò è innegabile. Infatti, anche adesso quando vedo foto di luoghi di Lione, fino a poco tempo fa sempre affollati, completamente deserti, a stento riesco a crederci. Cosi come è anche vero che la ripresa da questa situazione sarà difficile per tutti, in tutto il mondo. Ma io sono fiducioso. D’altronde, è da poco arrivata la primavera e, dalla finestra di casa mia, ho visto degli alberi passare dall’essere completamente spogli all’avere un fogliame verde e rigoglioso nel giro di poche settimane. Quindi, se la natura ce la fa ogni anno a tornare a splendere, perché non dovremmo farcela tutti noi? E, ovviamente, sono anche convinto di poter riabbracciare un giorno tutta la mia famiglia in Italia. Non so quando per il momento, ma sono sicuro che, quando succederà, sarà un giorno speciale.

2 thoughts on “Io resto a casa, ma in Francia”

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