di @storient

1981, Gotham City è in pieno degrado sociale. Le classi abbienti (grazie anche al lavoro offerto dal magnate Thomas Wayne) sfoggiano il loro benessere in faccia ai proletari, ai piccoli abitanti della città, vittime a loro volta dell’infelicità dei disperati. Bullismo e gesti violenti sono all’ordine del giorno. In questo marasma sociale, c’è Arthur Fleck, un individuo alienato con il sogno di essere un comico di successo ma costretto dalla sua mancanza di talento a lavorare come clown. Come se non bastasse, Arthur è affetto da un grave disturbo psichico che gli causa improvvisi e incontrollabili attacchi di risate, specie nei momenti di forte tensione. La vita di Arthur Fleck cambia radicalmente quando, per via di un sottile gioco di menzogne e ancora truccato da Clown, si trova armato di pistola, a bordo della metropolitana di Gotham e alcuni giovani rampanti lo prendono di mira…

Primi anni Ottanta, il tessuto sociale è fortemente segnato dai teppisti, tonalità grigie e un clown che in pochi istanti dall’inizio del film viene circondato e brutalmente pestato senza dire nulla, senza concederci una battuta a cui aggrapparci, nulla. Solo nella scena successiva, la battuta di Joker è lapidaria, lucida con una spietatezza degna di una mente criminale “sono solo io, o sono  più pazzi là fuori?”. Una battuta enigmatica che sembra racchiuda tutto l’animo del film: “chi è veramente pazzo?”. La regia Todd Philips (Una notte da Leoni), riflette la lucidità criminale di Joker concedendo però al pubblico numerosi momenti onirici (i sogni a occhi aperti di Arthur, il suo mondo, i suoi isterismi, i suoni che echeggiano soltanto nella sua testa).

In ciò non si può non parlare di Joaquin Phoenix, poiché è grazie a lui che un film del genere ha modo di esistere (lo stesso Philips ha dichiarato che già in fase di stesura della sceneggiatura aveva in mente Joaquin come interprete), quanto era grande questa idea nella mente dal regista dal motivarlo abbastanza da puntare tutto so Phoenix? E se non avesse accettato? Le interviste a riguardo sembrano prese dalle tipiche situazioni Hollywoodiane. Phoenix dichiara “appena ho finito di leggere la sceneggiatura ho detto “Wow! Ma che c*** ho appena letto?” e sono stato costretto a rileggerla”.  Anche se inizialmente ho trovato insopportabile la sua presenza, Robert De Niro, riesce a vendersi bene e dare vita al suo personaggio Murray Franklin, il comico in onda ogni sera sulla rete di Gotham e che presenta i comici più in voga del momento.

A noi basta vedere l’enorme risultato finale di questa collaborazione per restare sorpresi: Joaquin sottopeso,  quasi irriconoscibile, isterico, magnetico e con la stessa intensità che solo Phoenix sa regalare a chi guarda lo schermo per via del realismo con cui affronta l’interpretazione e il candore con cui riesce a farmi credere ai suoi sogni e i suoi innumerevoli disagi (la solitudine, la tristezza, essere orfano di padre) e tanti altri conflitti che contribuiscono alla metamorfosi di Arthur. Da vittima del sistema a carnefice (e creatore di un nuovo sistema). Durante tutto il film non facciamo altro che assistere alle botte che la vita assesta ad Arthur, per alcuni può sembrare una tragedia ma è lo stesso Joker che ci fornisce una chiave illuminante su come interpretare il suo percorso narrativo: “Io pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora capisco che è una commedia”.

Una commedia! Basti pensare all’ultimo atto dove il protagonista si riscatta e ottiene tutto ciò che ha tanto faticato da raggiungere, un’identità. In ciò, il Joker ha un dualismo tra il suo percorso come essere umano (tragedia) e il suo percorso come eroe (commedia). È nell’ultimo atto che il suo personaggio termina la metamorfosi e afferra ciò che desidera.

Cosa desidera? Lascio a voi il compito di scoprirlo.

Assieme a questo Joker, abbiamo la percezione di vederlo per la prima volta in una sua autenticità umana anche se questo entra apertamente in conflitto con la critica del NY Times che ha stroncato il film, ritenendolo vuoto e privo d’interesse. In molti hanno fatto fatica a resistere alle risate isteriche e ripetitive del film e se lo stesso film riesce a creare una frattura nel giudizio del pubblico e della critica, allora, si ha a che fare con qualcosa di virtuoso.

Certo, Philips conduce uno dei migliori antagonisti della DC in una direzione mai esplorata prima e con un’identità distinta e lontana da ogni precedente e, soprattutto, dalla rivale Marvel. Da cui ha più volte tratto ispirazione per altri film di super-eroi. Con questo film l’universo DC riesce a crearsi un’identità cinematografica forte, paradossalmente, con un film di “super-eroi” lontano da qualsiasi altro precedente del genere come ha dichiarato lo stesso regista Todd Philips: “Joker non è il classico film sui supereroi”.

Le tipiche suggestioni che portano alla nascita di un classico che saremo (io in primis) contenti di vedere e rivedere. In una parola? Imperdibile.

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