Cosa farebbe oggi? Riflessioni a 90 anni dalla nascita

Di: Galgano Palaferri

L’anniversario di Marco Pannella, nato il 2 maggio 1930, porta un profumo di novità, non solo il ricordo della straordinaria stagione del Partito radicale e delle battaglie per i diritti civili: un insegnamento di grande attualità in questa difficile, complicata, caotica  stagione della politica italiana, dove a Roma sembra smarrita la stella cometa del diritto e della Costituzione.

La definizione del liberale come anarchico pessimista gli si addiceva poco, e da qui derivavano la sua sconfinata capacità di amicizia e la sua sventatezza politica. Certo, avrebbe voluto allargare alla Prudenza la triade delle virtù teologali, ma era uno scommettitore mosso da un “ottimismo tragico” .

Nato, sulla scia di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, Pannella è stato un politico integrale, fino all’ultimo respiro della sua vita. La modernità della sua esperienza risiede nell’avere inventato e praticato una politica per issues, per temi, in un’epoca in cui i campi della politica erano invece dominati dalle ideologie.

Spesso e volentieri capita di domandarsi “ma se ci fosse oggi Marco Pannella?” Sarebbe tutta un’altra cosa, e su questo ne siamo certi. E dunque:   quanto ci manca? Quanto manca a questa nazione una figura istrionesca, capace di esser il fustigatore e la coscienza critica di un popolo, il pungolo per chi siede nei Palazzi, dal Parlamento a Palazzo Chigi e financo al Colle?. Perché con Pannella potevi essere in accordo o in disaccordo, ma ringraziavi il Cielo che ci fosse perché ti obbligava a fermarti e riflettere, a capire, a ponderare prima di decidere e fare sconquassi.

Ma perché manca tanto un Pannella in epoca di Coronavirus? Manca perché qui, in queste giornate, si dà per scontato uno svilimento della Costituzione e del Parlamento che il nostro non avrebbe mai accettato. Avrebbe sicuramente fatto fuoco e fiamme di fronte all’uso improprio e probabilmente incostituzionale dei Decreti del Presidente del Consiglio. Occhio: non avrebbe messo in discussione la natura dei provvedimenti, ma la forma quello sì.  Sarebbe forse partito da Giuseppe Maranini e la sua denuncia della partitocrazia per arrivare a Luigi Einaudi, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli ma al punto sarebbe andato. E avrebbe colpito probabilmente pesante. Perché per lui la Costituzione era sacra. Il Parlamento era sacro (grazie a Dio che esiste Radio Radicale e il loro grande lavoro quotidiano) e non avrebbe accettato questo svilimento delle Istituzioni.

Un Premier che agisce a botte di propri decreti DPCM (che sono atti amministrativi, quindi senza valore di legge), che non passano il vaglio né del Parlamento né del Presidente della Repubblica, violando la Costituzione,  in una Repubblica parlamentare è cosa che non si può più tollerare neppure in emergenza (solo in caso di guerra.)  Roba che se ci fosse un Pannella (ma anche un normale difensore dei diritti civili), avrebbe già fatto ricorso d’urgenza alla Consulta, avrebbe proposto multe per inosservanza dei DPCM e le avrebbe vinte tutte!.

Rispetto al Parlamento avrebbe poi fatto le barricate e il diavolo a quattro moltiplicato per quattro… Chi ha almeno quarant’anni si ricorda sicuramente gli “autoconvocati del Parlamento”, cosa che avvenne nel 1992. Chi lo propose? Lui, Marco Giacinto Pannella. Lo faceva perché gli andava di difendere uomini e donne che sino al giorno prima aveva accusato di essere partitocratici (se andava bene) oppure ladri? No. Difendeva la centralità del Parlamento a fronte dell’attacco della Magistratura (un conto è indagare, un conto invadere i campi). E lo faceva da deputato.

Se oggi fosse membro della Camera o del Senato farebbe probabilmente un disordine dei suoi per avere il Parlamento convocato in seduta continua per fare l’autentico “cane da guardia” del Governo. Perché Marco Giacinto sapeva bene che è in periodi come questi che si possono innestare germi pericolosi per la democrazia e la libertà, tanto quanto e forse peggio che non  coronavirus. Germi capaci di attaccare le fondamenta della nostra Costituzione. Certo tutto per un principio assoluto, ma sui principi costituzionali non si scherza. Tanto quanto, se non di più la difesa della salute.

Lo scandalo dei radicali è stato quello di imporre delle battaglie da perseguire fino al risultato, così cambiando non solo le leggi, ma la società italiana; quest’anno, celebriamo un altro anniversario fondamentale del progresso civile, il 50° dell’approvazione della Legge sul Divorzio (poi sancito nella vittoria referendaria del 1974).

Cosa sarebbe stata l’Italia, senza quelle battaglie? E non sarebbe migliore, se i radicali avessero vinto davvero quelle per una giustizia moderna (il caso Enzo Tortora), per un moderno sviluppo nei Paesi poveri (le campagne contro la fame), per una moderna democrazia parlamentare, e contro lo strapotere dei partiti e il cancro della partitocrazia? Molte critiche sull’auto-referenza dei radicali sono legittime ma non sfugge, in un’epoca in cui proliferano i partiti personali, che quello radicale è riuscito a formare, con le loro diversità, leader, dirigenti e militanti capaci. La personalizzazione di oggi, al contrario, porta a cicli brevi, o brevissimi, di leadership e a partiti bonsai, senza idee ma solo sete di poltrone. Politicanti più che politici, senza nè arte né parte.


Oggi, sarebbe auspicabile  sogno l’affermazione di nuovi leader preparati e competenti che, come Pannella, convincano le nuove generazioni a crescere nello spazio pubblico, anziché in un disinteresse che sta diventando una malattia sociale. Riprendendo il metodo radicale: proporre battaglie concrete, costruttive, capaci di mobilitare l’opinione e di far diventare idee coraggiose, da posizioni di minoranza, patrimonio di tutti, sempre e comunque nel rispetto delle idee di tutti. In ossequio alla massima einaudiana “conoscere per deliberare”. Parafrasando Vittorio Sgarbi, dovrei chiosare con uno studiate, studiate, studiate!

Caro MARCO, ci manchi davvero, ogni giorno di più.

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