Di: Galgano Palaferri

Approfittando di questa “quarantena forzata”, sto rileggendo vecchi e nuovi libri di personaggi e autori del filone liberale e liberalconservatore.

E così mi sono imbattuto in una recente   biografia di Elisabetta Rosaspina sul primo ministro che guidò la Gran Bretagna dal 1979 al 1990, che ci racconta la Lady di ferro, ma anche la dama e il suo programma sociale oltreché politico sarebbe esplosivo per l’Italia di oggi.

Il mondo la ricorda come la dispotica, implacabile Lady di ferro. Sempre sul campo di battaglia: contro l’Argentina per le isole Malvinas (per gli argentini!), contro i sindacati, contro i laburisti che sconfiggerà in ben tre elezioni una appresso all’altra e poi…cosa poteva servire in un’ epoca come quella della Cortina di ferro? Ma ovvio,  ci voleva una Dama di ferro. E per nostra fortuna, quella dama  c’è stata per davvero, detestata, odiata, amata: Margaret Thatcher (1925-2013), primo ministro inglese dei Tory, il partito conservatore britannico. Esce in questi giorni una nuova attenta e documentata biografia a firma Elisabetta Rosaspina, che prende in esame il primo ministro sotto il duplice profilo di politico (duro come il ferro) e donna o dama (fedele al suo ruolo), se preferite.

Parlando di sé in varie occasioni, mondane, e di lavoro ha avuto modo di dire alcune cose che ce la fanno conoscere più da vicino e che meritano di essere ricordate. Primo: “Non sono stata fortunata, me lo sono meritatoSecondo: “Gli eroi non hanno estrazione sociale”. Terzo: “Dobbiamo appoggiare i lavoratori e non gli imboscati”. Un intero programma politico e sociale in poche, semplici disarmanti parole a prova di bambino: tutti uguali alla linea di partenza, prevalga chi è più dotato, niente rendite di posizione, assistenzialismo o regali a clientele elettorali. Meritocrazia, liberalismo popolare applicato, concretezza. Per avere successo, non ha chiesto il permesso a nessuno: si è presa il potere, mettendo tutti i suoi colleghi di partito in fila dietro di lei, senza discussioni sulle quote rosa e senza diventare barbosa  come un uomo. «Le perle non sono negoziabili», una delle regole aurea.

La Lady di Ferro

Donna di polso, ferma nelle sue decisioni, colta e preparata è stata contestata da tutti ancora oggi demonizzata è  considerata un simbolo del male e una affamatrice, una donna senza cuore. Ma il suo realismo ha salvato l’Inghilterra dalla bancarotta e chi è venuto dopo di lei ha raccolto il frutto del suo genio e del suo coraggio, vivendo di rendita, come il laburista Tony Blair stesso ha dovuto ammettere, a denti stretti.

Spesso è stata volutamente fraintesa.

Difese ad oltranza i valori della famiglia tradizionale, passerà per omofoba, proprio lei, una dei pochi deputati conservatori a votare in favore della depenalizzazione l’omosessualitàtra maggiorenni, reato, in Gran Bretagna  fino al 1967. Lei, che tra i collaboratori di spicco aveva gay dichiarati come Ronnie Millar, commediografo brillante e spin doctor di talento.

Margaret Thatcher, Biografia della donna e della politica (Mondadori, pagg. 276, euro 22) si legge tutta d’un fiato. Scritta con spirito vivace, racconta senza giudicare. Lasciando questo compito al lettore. Si sofferma  sulla donna, mostrando aspetti della meno noti della Lady, dando risalto alle sue   idee liberali, poco conosciute.  Liberali ma non conservatrici, come tramandato dalla vulgata comune. Al contrario, la Thatcher può essere considerata una rivoluzionaria. Dello Stato parasocialista e statalista  che si trovò tra le mani non intendeva conservare niente, se non l’onore dell’Inghilterra stessa, altro che conservatrice. Forse tradizionalista, ma questo è un’altra cosa. . L’Unione europea non la entusiasmava. Per lei  il “destino dell’Inghilterra era in Europa”. Ma aggiunse che “la Comunità non è però fine a se stessa”, chiarì che la Gran Bretagna avrebbe conservato la propria sovranità, specificò che perfino l’Unione sovietica si era accorta dei vantaggi del “potere disperso” e delle “decisioni prese lontano dal centro”, ovvero era per il decentramento decisionale. Insomma, l’attuale Unione europea, senza reale investitura popolare, un bizzarro impero senza imperatore, al servizio di una moneta comune, le avrebbe fatto orrore.

La popolana (figlia di un droghiere)  governò dal maggio 1979 al 28 novembre 1990, contribuì, assieme al suo grande amico Ronald Reagan e a Papa Giovanni Paolo II a dare la spallata decisiva alla Cortina di ferro, il crollo dell’Orso sovietico, portò il suo paese a vincere  la guerra delle Falkland, contro l’Argentina, piegata e umiliata, in una guerra lampo, rilanciò l’occupazione, sopravvisse a un attentato, diventò baronessa, morì per le conseguenze dell’Alzheimer nel 2013 a 87 anni. Veniva da non troppo lontano, un sobborgo di Londra, aveva lavorato come chimica, conosceva il suo popolo e ottenne il suo consenso, col quale sbaragliò i notabili del partito conservatore.

La Dama

E ora veniamo all’altra faccia della Lady, ovvero alla Dama, sempre fedele al marito Denis Thatcher, anch’egli attivista dei Tory, che porterà all’altare nel 1951. La Thatcher, come già detto, era figlia di un droghiere, non aveva grilli per la testa e amava studiare, un po’ la classica secchiona. Oltre che chimica ma esercitò anche avvocato fiscalista, uno strano connubio lavorativo. Non si occupò mai del suo aspetto fisico, avendo altro di più importante di cui occuparsi: il suo paese.. Giunta in vetta, diramò una circolare tra i deputati comunicando che riteneva ogni discussione sul suo aspetto «insulsa ed estranea alla sua carica». Quando entrò al 10 di Downing Street si sottopose a una dieta drastica (per lei). Trent’anni dopo fu trovato un biglietto con le indicazioni alimentari del tempo: succo di pompelmo, ventotto uova alla settimana, pomodori, cetrioli, olive, spinaci, pollo freddo, occasionali bistecche, caffè nero. Unico strappo concesso: il whisky assieme alla carne.

Lo staff provò a rifarle il look in mille modi, ma senza troppo successo. Rinunciò a cappellini stravaganti ma davanti al tentativo di levarle le perle oppose un secco rifiuto, come abbiamo già ricordato. La voce era davvero pessima e stridula.  Così su consiglio di Laurence Olivier si recò a un corso di dizione al Royal National Theatre. L’insegnante era Kate Flemming, che aveva o aveva avuto come altri allievi Olivier stesso, Peter O’Toole, Liv Ullmann, Mia Farrow, Anthony Hopkins. Con Kate condivideva un grande amore: quello per i gatti.

Fedele ai valori piccolo borghesi della sua infanzia, in questo tradizionalista,  la Thatcher detestava i privilegi e i divertimenti della nobiltà inglese. Per lei gli aristocratici erano supponenti e debosciati incagliati in una ironia che ne mascherava a stento l’imbecillità. A Downing Street non volle lo chef, si nutriva di surgelati e stirava le camicie per tutti.

Per undici anni e mezzo è stata la donna più potente al mondo e il primo ministro più longevo del XX secolo in Gran Bretagna.

Quando passò la soglia della leggendaria casa dei primi ministri inglesi esordì così: “Posso salvare questo Paese e nessun altro può farlo”. E così fu.

Imbattuta, si è creduta imbattibile. Fatale sarà per lei il Consiglio europeo di Roma, nell’ottobre 1990, quando Giulio Andreotti, al vertice dei capi di Stato e di governo, le farà capire che è rimasta sola contro tutti. L’ultimo atto, il voltafaccia dei suoi stessi ministri. Sopravvivrà a se stessa, in un lento e triste e ineluttabile  declino. Ma avrà la regina, amica e nemica, ai suoi funerali. Un onore che prima la Regina Elisabetta II aveva concesso soltanto a un altro primo ministro, Winston Churchill, ed è detto tutto.

Cara Maggie, ci manchi, ogni  giorno di più!

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