Di @Storient

C’era una volta… un ventisettenne che a Cannes ha alzato il dito medio a chi ha fischiato nel momento in cui “Pulp Fiction” è stato dichiarato vincitore della palma d’oro. Ecco come è iniziata la carriera del ragazzaccio del cinema, Quentin Tarantino. Com’è cambiato il suo cinema in vent’anni di carriera?

Once upon a time” ne è una preziosa testimonianza, soprattutto perché si rivela un film di creare una frattura (voragine!) nel pubblico: o lo ami o non lo ami. Non esistono vie di mezzo. Giudicare un prodotto del genere si rivela ancora più arduo ma farò di tutto per restituire in giudizio sano in merito a questo film e al suo autore che qui ci restituisce il dipinto della hollywood dei tardi anni sessanta e del suo tramonto… (Perché tramonto? Da lì a poco è l’inizio una moria di grandi artisti nella cultura pop, Hendrix, Jim Morrison, Joplin, Tate, Cass Elliot per citarne alcuni, questi decessi purtroppo o per fortuna hanno contribuito alla fine di un periodo storico importante per la cultura americana e non solo). L’occhio di Tarantino coglie un tramonto fatto di un insieme di eventi, storie, situazioni, sensazioni, brani musicali, frasi, dialoghi e atteggiamenti, tutte pennellate frenetiche che vanno a comporre un dipinto  impressionista, il tramonto di Hollywood.

Nella cornice dei tardi anni sessanta, assistiamo alle vicende di Rick Dalton (Di Caprio) e della sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt) alle prese con la più grande paura di ogni attore: finire nel dimenticatoio e non attirare più il pubblico di un tempo. Tuttavia  a Dalton viene fatta la proposta di partire per l’Italia e girare dei Western (viene citato Corbucci e il film apre un parentetico per celebrare il film nel film. Una velata allusione a Clint Eastwood?). Nel frattempo, nella villetta accanto a quella di Dalton vivono Roman Polanski e Sharon tate (Margot Robbie), spensierati e in piena stagione d’amore, sappiamo tutti come andrà a finire il loro idillio…

È proprio su questa premessa che Tarantino scende in campo per sorprendere il pubblico  e creare un’altra storia, una storia verosimile ma ugualmente fantastica in cui poter raccontare un’altra storia, un’altra versione dei fatti, come insegnatoci con Bastardi senza Gloria e la loro lotta contro Hitler.

Anche se i tempi del film sono lunghi e possono mettere alla prova la pazienza degli spettatori, si resta coinvolti nel meccanismo logico del film in attesa del finale. Proprio l’attesa è la parte più dura, alleggerita però da alcune situazioni in cui Di Caprio offre ancora la pienezza della sua grande abilità recitativa impossessandosi dello schermo e trasmettendoci tutto con i suoi occhi color zaffiro. Pitt non da meno, si dimostra un interprete incredibile per i film d’azione, il suo personaggio è un tizio che parla poco, ma quando parla, non puoi non guardarlo. Forse l’unico fuori posto mi è sembrato Al Pacino e Robbie che sembra una ninfa per la leggerezza hippie con cui esplora le sale Californiane. Magnetica, tanto bella da ammaliare il cuore di chiunque la guardi.

In questo film, la prova più dura è attendere fino alla fine, forse è proprio l’attesa il vero piacere? Come quando si aspetta il proprio piatto standosene seduti al ristorante e poi scoprire che il proprio piatto è ancora più buono del previsto. Non tutti però hanno voglia di aspettare, infatti alcuni ci rinunciano, pagano il conto e se ne vanno…a stomaco vuoto…

La sala poco riempita del sabato sera mi ha fatto riflettere quanto il cinema di Quentin sia passato da uno stile commerciale a un’anima via via sempre più cinefila, come un Godard americano cresciuto con pizza e spaghetti western, quel western che ha riproposto quasi in maniera ossessiva negli ultimi film (Django unchained e Hateful Eight).

Mi chiedo se dietro questo tramonto hollywoodiano di Dalton non ci sia anche un po’ di Quentin (in virtù del fatto che ogni opera d’arte reca in nuce le tracce biografiche del proprio autore). Anche Quentin si sente acqua passata? Minacciato dei nuovi talentuosi registi? Chissà.

In tutto questo si può sempre essere certi dell’immenso amore che ha Quentin per il cinema e consigliare questo film ai fan di Quentin e ai cinefili (meglio se incalliti) perché questo film è soprattutto per loro e per le interminabili discussioni che questo film farà avere (davanti a una bella pizza).

Curiosità: Vi interessano i lati oscuri delle celebrità Hollywoodiane degli anni ‘50, ‘60 e non solo? Leggete Hollywood Babylonia di Kenneth Anger, non ve ne pentirete.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *