Impressioni, emozioni e ricordi di uno spettacolo made in Torino

In punta di tango 7

Di Casa de Tango   by Etnotango

Foto Ermanno Crotto

Maria di Buenos Aires. Questa volta, anziché scrivere direttamente, abbiamo preferito raccogliere impressioni, emozioni e ricordi tra il pubblico. La risultanza del concerto spettacolarizzato a regia scenica di Paolo Ciaffi Ricagno ha rivelato pareri vivaci e incoraggianti. Si ringraziano gli Intervistati e il fotografo Ermanno Crotto per aver reso possibile questa “multi-recensione” atta a restituire frammenti del pathos in sala quella sera.

Patrizia Lozza. Libera professionista. “Mi piace il teatro, la musica, la danza e il Tango, quindi come non accogliere l’invito a vedere rappresentata la toccante storia di Maria De Buenos Aires? Entro in sala sicura di stare per assistere a qualcosa di speciale, e così è stato. La musica che evoca le atmosfere suggestive del Barrio, la voce suadente e malinconica del Duende – anche regista – Paolo Ciaffi Ricagno, il Cantor, Diego Maffezzoni, che personifica l’amore non corrisposto che non si arrende…. E poi lei, Maria, interpretata da Emma Bruno, specchio e mistero di una città umanamente ricca, dove si fondono il sacro e il profano, l’amore e l’odio, la morte. Maria con la sua seducente femminilità, la sua tristezza, la sua disperazione per dover morire e rinascere ancora e ancora. Intorno, anime appassionate e dolenti, che ravvivano e fortificano la scena usando l’espressione del corpo. Il tempo vola, i miei occhi sono come ipnotizzati e le note uniche e intense di Piazzolla, sembrano rimbombare nel mio petto ed espandersi fino all’anima. È giunto il finale. Scrosciano applausi meritatissimi per una performance intensa ed ammaliante. Bravi, bravi tutti!!!! Torno a casa contenta, con un energia nuova e tanta gratitudine per i doni che l’Arte regala allo spirito”.

Marco Fringuellino. Musicista e Docente. Venerdì 25 ottobre scorso alle ore 21:00, in compagnia della amica argentina, ballerina e maestra di tango, Carolina Gomez, mi sono recato in Conservatorio a Torino, per assistere alla tango operita “Maria de Buenos Aires” di Astor Piazzolla ed Horacio Ferrer. Quest’opera, musicalmente ed emotivamente molto difficile per gli esecutori, è stata realizzata dagli allievi del Conservatorio di Torino, diretti dal M° Antonio Valentino, sotto la regia di Paolo Ciaffi Ricagno, che ha altresì interpretato con molto afflato anche El Duende, voce recitante e fulcro veicolare della trasmissione dei significati dell’opera. L’Operita ha da subito conquistato l’attenzione del pubblico, grazie alla bravura dei suoi interpreti: i musicisti ed i cantanti hanno dimostrato una grande preparazione tecnica, una solida intonazione, una ottima capacità di insieme.

Il suono si espandeva conquistando il pubblico, forgiato dall’ottima acustica della meravigliosa sala concerti del Conservatorio, arricchito dal bandoneon del maestro Massimo Pitzianti, special guest della serata. Di grande effetto è stata l’azione scenica coreografata dalla Libera Compagnia Musicale Migrante Etnotango condotta da Monica Mantelli, che con idee efficaci e non invasive ha reso davvero suggestiva questa operita, che generalmente rischia di risentire della sua impostazione oratoriale che le conferisce una scarna azione scenica. Il Duende ci ha condotti con abilità nel viaggio psichico e metamorfico del testo autoriale.  Mi si permetta una suggestione personale: nel risentire declamati i versi surrealisti e visionari del grande Ferrer, ho ricordato con grande nostalgia i momenti trascorsi con Horacio Ferrer, sia sul palco nei vari spettacoli che ho avuto l’onore di condividere con lui, sia nei momenti di backstage, in cui incredibilmente la sua vena artistica non si placava, continuando a produrre versi e suggestioni con fluire interminabile. La musica di Piazzolla, mirabile, si commenta da sé per la sua forza evocativa, per l’impulso ritmico e per la ricchezza melodica che sprigiona. Una menzione particolare la vorrei dedicare alla voce di Maria ed alla abilità musicale del chitarrista Carlo Pignatta: già dalle prima note ho sentito il livello artistico ed emotivo dello spettacolo prendere quota.

Ho dunque davvero apprezzato il grande lavoro svolto dal Conservatorio di Torino, in questo allestimento, a partire dal direttore Marco Zuccarini fino ad arrivare a tutto lo staff di artisti e tecnici che lo hanno reso possibile. La bravura dei musicisti e dei cantanti, con maggior lode vista la loro giovane età, non ha potuto però colmare la mancanza di un ingrediente fondamentale del tango (considerando anche la loro estrazione classica), il quale non si trova in partitura e si può apprendere solo praticando a lungo questa musica etnica a contatto di maestri che la abbiano creata e vissuta a loro volta: parlo di quella rogna tanguera”, di quel senso di aggressività musicale misto ad una calcolata “sucia” sonora, di quel saper deformare il tempo metronomico come un respiro irregolare, di quei dialetti musicali e quelle ornamentazioni stilistiche  che rendono nel loro insieme quella musica un vero tango, che sappia di notte, di terra umida, di sensuale tristezza, di sconfinata nostalgia. Ma questa non è una critica a dei bravissimi giovani, sarebbe come imputar loro di essere colpevoli di non essere più anziani!   Il tango è come la vita: non la si impara solo dai libri, ma vivendo, soffrendo e amando negli anni.

Antonella Bellan. Cantante, attrice. Le aspettative non sono state disattese. La musica di Piazzolla ed il testo surreale di Ferrer per l’operita “Marìa de Buenos Aires” sono state per me una vera rivelazione perché, pur amando moltissimo Piazzolla, non la conoscevo. Ho potuto notare da subito la semplicità e la sobrietà dell’allestimento, con l’orchestra disposta su quasi tutta l’ampiezza del palcoscenico della sala concerti del Conservatorio Verdi di Torino. Piacevolmente colpita già a partire dall’introduzione all’opera – “di rara rappresentazione, complessa e che non si può raccontare in poche parole” – da parte del bravo direttore orchestrale, il Maestro Antonio Valentino. Doverosa la menzione del Coro del Maestro Tabbia. Non va dimenticata la squadra di aiuto regia con Mattia Bena, Eleonora Sabatini e tutto il team tecnico, oltre alla figura assai garbata in scena di Edoardo Becchetti.

Essenziale e stilisticamente asciutta la messa in scena minimalista e moderna di Paolo Ciaffi Ricagno – impegnato anche nel ruolo narratore di El Duende – principalmente in bianco e nero e rosso sangue, con immagini proiettate sullo sfondo anche con dettagli ripresi da cellulare in diretta, nonostante si sia rivelata anche piena, durante la rappresentazione, tra musicisti, interpreti e mimi-danzatori di tango, appena accennato. I giovani musicisti ed i cantanti, allievi del Conservatorio, sono stati davvero all’altezza e molto professionali. Ketevan Kharaishvili, espressiva e dalla voce calda, ha reso molto bene il personaggio di Maria, così come il Cantor, un ottimo baritono Diego Maffezzoni. Imperfezioni percepite? Essenzialmente tecniche, come il volume dei microfoni poco presenti che non hanno reso troppa giustizia a narratore e cantanti, soprattutto durante i pieni dell’orchestra; mancanza di un faro seguipersona per il proscenio, scarsamente illuminato con interpreti talvolta un po’ troppo al buio. Ma tant’è, la sala non è un teatro vero e proprio. Piacevolmente colpita, dicevo. Al di là di ogni apprezzamento per l’opera, la regia, l’allestimento e le interpretazioni, dalla platea si percepiva un’energia di interscambio bellissima tra il pubblico e tutti i protagonisti. Si percepiva l’emozione e la felicità tra sublimi note e poesia, che si libravano nell’aria e penetravano piacevolmente nell’anima di tutti, in modo circolare.

L’opera drammatica è potente già di per sé, certo, ma, lo dico con il cuore, lo spettacolo mi ha lasciato per giorni ed ore il coinvolgimento emotivo degno di un’esperienza che valeva davvero la pena di vivere. Mi aspettavo, forse, più tango danzato durante la rappresentazione ma, sarebbe stato, giustamente, troppo importante e magari scontato, a scapito dell’essenzialità della regia. Bene, quindi, la scelta di far danzare il tango in platea, verso la fine dell’opera. Cosa mi aspetto ora? La riproposta dello spettacolo in un teatro. Troppo bello per farlo vivere un solo giorno!

Riccardo Giustetto – Maestro di Tango  Splendida l’idea di Venerdì di sospendere, per una volta, la “somministrazione” di sacadas, ganchos e tecniche varie per concedermi, con i miei 12 allievi più affezionati, una bella gita scolastica con immersione nello spirito profondo del tango. Così eccoci tutti qui, perfettamente puntuali di fronte al Conservatorio di Torino in attesa che si aprano le porte. L’idea di tornare per un po’ nel mondo particolare di Piazzolla mi riempie di nostalgia, di ricordi di infanzia, di sensazioni di tempi passati, della musica di mio Padre che cominciavo a sentire già da lontano, sulla strada di casa, rientrando da scuola. Ricordi misti a inverni freddi, dove nevicava veramente, il traffico era poco e tutti noi indossavamo i pantaloni corti; quelli lunghi erano riservati agli uomini.  Mi era più chiara la partitura della Cumparsita che la storia dell’unità di Italia. La prima me la spiegava un padre che adoravo, la seconda dovevo inghiottirla nel programma scolastico. Ancora oggi, dopo tanti anni la musica del bandoneon o della fisarmonica provocano in me una forma di paralisi emotiva, una condizione quasi di trance.

Qualche volta però la melodia usciva dagli schemi quasi fischiettabili del “caminito” o del “choclo“, del musette francese o del carnevale di Venezia.  Le note erano legate in modo diverso, credo difficile da interpretare da un bambino che iniziava i suoi primi studi di chitarra classica. Chiedevo: “cos’è Papà ?” . Lo chiamava Astor, è musica la sua! Ti ricordi di lui, ti grattava la pancia trattandoti come un bandoneon. Aggiungeva: “E’ musica per gli angeli, oppure chissà? Credo che stia pagando qualche debito con Dio o il Diavolo “. Non capivo nulla, ma nulla di nulla. Ciò nonostante quelle note inquietavano e affascinavano il mio spirito di bambino. Non potevo spiegare questo ai miei allievi, reduci di lezioni di tango mercificato da dover imparare passi, a volte ignorando completamente il concetto di universale collocazione del corpo, non all’interno del brano, non all’ interno del palco o del locale ma come cellula dell’universo. Qui cito un amico coreografo e mentore, profondo conoscitore di Piazzolla: Alejandro Turco Suaja.

Entriamo come un gruppo di scolaretti nel salone del Conservatorio dove troviamo i posti a noi riservati e comincio a vedere un po’ di gioia mista a curiosità negli occhi degli allievi. Forse allora il tango non offre solo “barridas” e “rebote”. Salutare qualche amico incontrato lì è d’obbligo, ma noto con un po’ di stupore che tante sono le assenze di chi predica tango tutto il giorno su FB. Ma del resto forse è giusto così.  È venerdì, è al venerdì si balla in milonga. Mi sento in dovere di salutare Ketevan nei camerini, con la quale ho avuto il piacere è l’onore di scambiare qualche passo di tango a scuola. Ancora alcuni minuti ed indosserà i panni di Maria, la protagonista. Mi abbraccia con calore dicendomi: “grazie Maestro per essere qui”. Mi spinge al limite della commozione, mi sarei abbondantemente accontentato di un semplice: ” ciao Riccardo, siete riusciti a trovare posto?”. Ovviamente la grandezza si vede anche da qui.

Comincia l’operita, traspare in modo tracotante l’impegno e la passione dei protagonisti, questo crea una energia magica mentre la musica scorre e Maria entra. La presenza sul palcoscenico ammutolisce anche il più leggero commento mentre la voce di Ketevan arriva dritta al cuore. Spero fortemente che i miei allievi capiscano.  L’opera è schematica, geometrica, lineare nello scorrere di una sequenza molto ben ordinata, ciò nonostante non è poca la difficoltà nel collocare realtà, sogno, karma, contesto storico, passione e tragedia. Morte e risurrezione, forti allegorie mistiche in un passaggio continuo tra sacro e profano, all’interno di uno schema assolutamente visionario e profondamente erudito. Il tutto amalgamato da una musica che non ha bisogno di commenti, di una voce indimenticabile, da un perfetto sincronismo di tutti i presenti sul palco, tra cui tanti amici, ma soprattutto da una regia geniale. Emblematica anche la traduzione scritta, parole ricercate con una dovizia sopraffina. Qualcuno mi ha detto: sai un po’ mi dispiaceva pensare che questo venerdì non avrei preso nessun cazziatone da te per come tengo il mio braccio destro, ma in questo momento non posso che ringraziarti per avermi invitata qui. Grazie inoltre da parte mia per avermi invitato insieme alla scuola e per avermi permesso di spiegare come il Tango non si limiti a muoversi su un palchetto di legno.

Anna Prevosto Scrittrice e Insegnante Ebbi il modo – e l’onore-  di intervistare Horacio Ferrer durante una trasmissione alla radio l’anno prima della sua morte: un uomo gentile, allegro, affabile e alla mano, come solo i grandi sanno essere. Ricordo che si firmava con uno svolazzo che terminava con una piccola margheritina. Non era solo un poeta, era lui stesso poesia. Una poesia onirica, fantastica, talvolta vista con sorridente benevolenza dai critici (ricordo un disegno satirico presso il Museo del tango di Buenos Aires, annesso all’Academia Nacional de Tango da lui stesso creata, in cui si vede una luna piena con le sembianze del poeta che rotola per le vie di Buenos Aires).

Sicuramente un tipo di scrittura nuovo, decisamente all’avanguardia, che risente dei movimenti artistici che si stavano affermando all’epoca, dalla pop art alle visioni psichedeliche legate al fenomeno degli hippies.L’uomo giusto per un musicista come Astor Piazzolla, artista inquieto, contestatore, insoddisfatto del ruolo in cui in quegli anni la società aveva relegato la musica del tango, ormai visto con disprezzo dai giovani, considerata musica da “matusa”, anacronistica, fuori moda.Piazzolla vuole dare nuova dignità al tango, lo vuole far uscire dalle balere, liberarlo dalle immagini stereotipate a cui, specialmente in Europa, era indissolubilmente legato: sguardi assassini, casquè e rose in bocca. Per farlo ha bisogno di un suo doppio e lo trova in Ferrer.   Nasce così “Maria de Buenos Aires” che sembra non c’entrare nulla col tango, una trama slegata, riferimenti evangelici apparentemente blasfemi, protagonista una ragazza proletaria che non trova riscatto. Eppure, se si conosce la cultura argentina, l’”operita” risulta essere il logico sviluppo di tutto ciò che è stato scritto nel passato. Maria è Malena, moderno fiore dell’arrabal, della periferia porteña, fiore del fango delle strade sterrate. Maria è figura religiosa, perché l’argentino ha un rapporto confidenziale con Dio, non bestemmia, semplicemente lo considera suo amico e può immaginarselo come compagno di bevute.

La regia di Paolo Ciaffi Ricagno è riuscita egregiamente nel rendere queste molteplici sfaccettature e la coreografia di Monica Nucera Mantelli è stata fondamentale per creare l’atmosfera onirica che rappresenta il marchio di tutte le opere di Horacio Ferrer: personaggi senza volto, come appaiono nei sogni, bianchi fantasmi che accompagnano una Maria perfetta nella parte, dalla voce potente nel suo rivendicare se stessa.  Unico neo, a mio parere, la traduzione che veniva proiettata sulla parete: fuorviante perché inadeguata – ed era inevitabile che lo fosse- a far comprendere il senso lessicale del recitato.Le parole per Horacio Ferrer servono ad evocare immagini, il loro suono stesso è immagine, non si può restare legati al loro valore semantico, la mente si perde immediatamente e la poesia sfugge tra le mani, evapora, proprio come l’evanescente immagine di un Duende.

Mario Gangi Esperto di tango Per tutte quelle persone che si avvicinano al tango Argentino esiste un percorso obbligato e, così anche per me,  durante il “percorso” acquista musica contenente la parola tango, mi ritrovai tra le mani il CD “ Maria de Buenos Aires” con quei due mostri sacri di Piazzolla e Ferrer.  Allora, moltissimi anni indietro, non sapevo chi esattamente fossero quei due, ma lo dovevo comprare! Confesso, senza vergogna, che le prime volte che cercavo di sentirlo mi risultava indigesto e impiegai molto tempo ad ascoltarlo tutto: entrare in quella filosofia di vita che rappresenta il Tango per gli Argentini è un lavoro duro.  Impiegai tempo per apprezzare Horacio Ferrer e altrettanto Astor Piazzolla ma poi fu amore senza uscita. Quindi l’invito a vedere lo spettacolo in quel tempio che è il Conservatorio di Torino mi sembrava rendere giustizia all’iniziale diffidenza dimostrata, ma nel contempo me ne sorgeva un’altra: la prima assoluta, studenti come musicisti, attori e coro tutti giovanissimi, compagni di teatrodanza amatoriale di Tango….Cosa ne sarebbe venuto fuori ? Bene, sono rimasto incollato alla sedia per tutto il tempo e ho ascoltato e visto ciò che le mie sensazioni non potevano immaginare: un orchestra di giovanissimi che hanno suonato con una tale energia da sembrare veterani di Piazzolla e con una pienezza musicale da totale occupazione della testa grazie alla direzione orchestrale del Maestro Antonio Valentino. Cantanti nel ruolo maschile e femminile con un’autorevolezza di voce tale da rendere emotivo e struggente l’ascolto. E che dire del Bandoneon Massimo Pitzianti, se non che ha dato la “presenza” dell’essenza della musica e della poesia! Infine la Libera Compagnia Musicale Migrante di Etnotango che con infinita delicatezza, sensualità e leggerezza ha raccordato musica, canto, riuscendo a dare l’immagine di una beffa e un accanimento della vita che ha del paradosso. Ma che forse potrebbe anche succedere.

Marco Zuccarini. Musicista e Direttore del Conservatorio di Torino.  L’esecuzione di Maria De Buenos Aires del 25 ottobre 2019 a Torino per me è stato anche un ritorno al mio passato, alla prima italiana che ho diretto coi Solisti Aquilani nel luglio 1997 al Festival Autumn a Pescara e trasmessa in Diretta da Radio Tre.

E prima ancora un concerto a Vicenza con Astor Piazzolla solista e molto altri con musiche del Maestro. Una scoperta della musica di un autore la cui profondità espressiva, la complessa costruzione, al di là di una semplicità formale, la spontanea emotività di questa musica mi hanno affascinato sempre. E poi i ricordi delle conversazioni col Maestro stesso, sulla sua musica e sulla sua vita, affascinanti e coinvolgenti, che mi hanno fatto scoprire anche i “segreti di bottega” del suo modo di lavorare e la disciplina, ferrea, del suo lavoro giornaliero. Sono ben felice che assieme siamo riusciti a realizzare questa bella prima Torinese di un capolavoro fatto di incontri fra musica, poesia, teatro. Insomma una bella operazione culturale per quello che da sempre vuole essere il rapporto fra il Conservatorio e la sua Città.

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