Di Federico Repaci

Il 9 Novembre ricorre il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino che dall’estate del 1961 aveva diviso la capitale tedesca in due. Il Muro era ufficialmente denominato “barriera di protezione antifascista” dalle autorità della Repubblica Democratica Tedesca (la DDR) ma il suo vero malsano compito era quello di impedire l’emigrazione dei tedesco-orientali (soprattutto se giovani ed istruiti) verso Berlino Ovest.

 Rischiando la vita o lunghe detenzioni, migliaia di tedeschi orientali cercarono di attraversarlo talvolta anche in modo rocambolesco e facendosi beffa delle guardie di frontiera. Alcune centinaia di essi vi trovarono purtroppo la morte. Per 28 lunghi anni i leader e la stampa occidentali avevano continuamente condannato la costruzione e l’esistenza stessa del Muro ma senza poi riuscire minimamente a scalfirlo.  Solo la politica di apertura e trasparenza avviata dal segretario del Partito Comunista Sovietico Gorbaciov unita al coraggio del popolo tedesco permisero di erodere la granitica sicurezza delle autorità politiche dell’Est di fronte ai cambiamenti epocali di fine anni Ottanta.

 L’inizio della fine la si presagiva già dall’estate del 1989 quando decine di migliaia di tedeschi dell’est erano emigrati in massa verso la Germania Occidentale passando dall’Ungheria socialista che aveva deciso di aprire le frontiere con l’Austria.

 Le parole di apertura di Gorbaciov, in visita a Berlino Est per il quarantesimo anniversario della fondazione della DDR il 7 Ottobre, avevano poi dato il via libera ai gruppi dissidenti che già la sera stessa manifestavano impetuosamente in gran numero a Berlino Est e nella altre città tedesco-orientali. E mentre il popolo protestava fuori dai palazzi del potere, i leader del blocco sovietico si accomiatavano nella cena degli addii come la definì, nelle sue memorie, l’ultimo ambasciatore italiano a Berlino Est, Alberto Indelicato, ricostruendo in modo originale l’ultimo incontro internazionale di gala della Repubblica Democratica. Le successive dimissioni del segretario Honecker (che solo a gennaio 1989 tuonava affermando che il Muro sarebbe rimasto in piedi per altri 50 o 100 anni!) e i successivi annunci dell’imminente abolizione delle restrizione di viaggio per i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca accesero gli animi e le speranze di molti.

Nella conferenza stampa del governo della DDR del 9 novembre, la storica risposta: “a quanto ne so io, subito, da ora” del responsabile dell’informazione del partito, Günter Schabowski, alla domanda del giornalista italiano Riccardo Ehrman su quando il nuovo regolamento sui transiti tra le due Germanie sarebbe entrato in funzione, ebbe un’eco immediata e subito moltissime persone si recarono presso il Muro, leggendo l’annuncio come la decisione di aprire il confine tedesco per lasciar passare i cittadini che volessero andare a Ovest. Le guardie di confine (i famigerati Vopos), sorprese e prive di indicazioni, aprirono i checkpoint e una gran massa di berlinesi dell’est si riversò a ovest senza controllo. L’evento fu seguito in mondovisione lasciando attoniti i palazzi del potere di entrambi i blocchi ed entusiasmando l’opinione pubblica europea. In meno di un anno e precisamente il 3 ottobre, sotto la guida del cancelliere tedesco Kohl e con il beneplacito delle potenze occupanti, la Germania si riunificava dopo più di 40 anni di divisione.

La caduta del Muro ha rappresentato la fine di un’era (o di un Secolo Breve riprendendo Hobsbawn) in cui l’umanità aveva vissuto le sue, forse più grandi, tragedie dall’alba dei tempi ma che ha anche intravisto prematuramente, nello sgretolamento di un muro di confine e dello stato artificiale che lo sorreggeva, la fine della storia intesa secondo Francis Fukuyama come il trionfo della democrazia liberale a livello mondiale e il raggiungimento della sua destinazione finale. Limitandoci però alla dimensione europea e alla questione tedesca la caduta del Muro è stata forse la fine della grande paura di una terza guerra mondiale tra i due blocchi, il momento in cui la volontà di potenza di una delle due superpotenze è venuta meno e l’Europa ha potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo dopo 75 anni di conflittualità più o meno accesa.

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